MANIFESTO

Quale teatro

Il nostro teatro si chiama del legame, perché c’interessa la libertà.
Ma una libertà senza legame, è vuota vanità.
Come l’individuo, senza la comunità.
Come la democrazia, senza l’educazione.
Come il volo della rondine, senza il nido.

Anche se ripetuta da sola, all’infinito, come oggi accade, la parola libertà non acquisisce un senso: anzi, diventa il nome più solido per indicare il nulla.
La libertà ha un significato decisivo e concreto solo se emerge da un legame, altrettanto intenso.

Il teatro è il luogo dei legami.

Il teatro è la forma d’arte più ampia che si conosca, se inteso nel modo in cui cerchiamo di rievocarne le potenzialità: esso è uno spazio vuoto nel quale si possono invitare all’opera e legare, la scrittura, la musica, il canto, la danza, la pittura, la scenografia, l’illuminazione, la fotografia, il cinema, i corpi.
Se siamo all’aperto, anche il sole di giorno, la luna la notte, le nuvole, la pioggia, il vento.
Il legno, la pietra, l’asfalto, il cemento. L’acqua e il petrolio.
È lo spazio che racchiude una comunità di veggenti, dove è tracciato il loro legame grazie ad una divisione concordata: quella tra chi è venuto a vedere e chi a far vedere qualcosa di estrema importanza. Estremo spazio per tutti.
Il nostro teatro non nasce da un’esigenza economica, dalla garanzia di un posto di lavoro, dal bisogno di una professione. Non cerca di accontentare il gusto di quelli che possono pagare.
Non vendiamo nulla: scambiamo.
Non vendiamo nulla di già visto, saputo e risaputo.
Non ricicliamo macchinari psicologici funzionanti.
Non rimettiamo in scena quello che “funziona”.
Cerchiamo invece quello che non funziona, e lo mostriamo - sublimato - nella sua disfunzione.
Non ci interessa la salute. “La salute è tutto” quando il teatro ferisce, quando dischiude la malattia.
Ogni terapia è possibile solo dopo l’analisi della malattia.
Per lo svago usiamo altri mezzi.
Noi cerchiamo la verità: quello che spetta di diritto da sempre ad ogni essere umano.
Quello che per diritto è apparso da millenni in teatro.
“Teatro” deriva dal latino THEÀTRUM, dal greco THEÀTRON, ed era legato ad una radice allo stesso tempo fisiologica e “religiosa”: da THÈA: il guardare, la vista; le quali voci fanno capo alla stessa radice di THAYMA: meraviglia. La meraviglia è il primo impulso che spinge a conoscere.
Vogliamo vederci chiaro, anche meravigliarci, per meravigliare.
Ogni uomo veramente religioso sa che è necessario scoprire la maschera del Male, il suo disvelamento, il suo attraversamento, per accedere alla verità.
La proporzione inversa e perfetta del Male - combaciante nella Bellezza - delinea i tratti del Bene. Nessun Paradiso senza Inferno: belli tutti e due, e opposti, pericolosi entrambi, in quel bacio di verità.


Malattia e Bellezza: la sacra coppia che celebra il suo legame a teatro.

Malattia biologica, di una razza animale che ha definito il suo habitat come disastro ambientale, con genitori che vivono la propria vita come una pena di morte per i propri figli.
Bellezza di un figlio, che spunta alla sua giovinezza come un verde germoglio, stupito di essere capitato in una grigia serra, e già sicuro che il vento che lo portò seme fin lì, tornerà a riprenderselo cresciuto e incontaminato, splendente di freschi petali.
Malattia antropologica, di una comunità umana lacerata in singoli individui, che cercano la propria serenità specchiandosi immobili sull’acqua di un fiume, dove scorrono ogni giorno migliaia di bambini che muoiono senz’acqua.
Bellezza di vecchi volti, disegnati da rughe sorridenti, con mani che ancora pazientemente gentili si protendono, per tenere in piedi e guidare sottovoce piccoli passi di piccoli d’uomo, che sapranno da loro il segreto per tuffarsi e nuotare all’incrocio tra il proprio desiderio e il bisogno degli altri.
Malattia ideologica, di una società dove masse di esseri disumani credono ciecamente ad un unico mondo possibile, nel quale scegliere con quale ingranaggio rappresentare il proprio unico desiderio mostruoso ed impossibile.
Bellezza di eroi senza patria e senza azienda, di schiene senza padroni disoccupate dai sogni obbligatori di fine stagione, di braccia levate al sole di ogni stagione senza catene di supermercati a metterle in fila, di fronti alte che in uno sguardo e in un gesto liberano dal peccato di molte generazioni.

Ogni altra forma di vita che verrà a porci questioni estreme, sarà sottoposta al nostro metodo: ascoltarla, assumerla fino in fondo, rielaborarla secondo la sua dialettica, il suo spirito e la nostra lingua.
Metterla in scena, secondo questo teatro.