testo e regia Daniele Lamuraglia
con Dijana Pavlovic e Arben Mustafà (Billy)
coreografie Donatella Cantagallo, Gabriele Palloni, Enzo Pardeo
scene Mirco Rocchi
costumi Loredana Riccetti
disegno luci Francesco Bianchi
figurante Corrado Meloni
illustrazione ed elementi scenici Camilla Tosi
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Questa è la storia di una integrazione riuscita, dell'accoglienza di uno straniero che diviene uno scambio prolifico fra due culture diverse. Di fronte ad uno dei problemi epocali del nostro tempo qual'è quello dell'immigrazione, vogliamo raccontare una storia vera che -pur fra mille ostacoli - si è felicemente conclusa. E desideriamo raccontarla per poterne cogliere quegli aspetti positivi che possono divenire – al di là delle ideologie e della retorica - l'esempio per altri percorsi di vita.
Dopo il nostro Cristo Gitano e Telerom, con questo nuovo spettacolo un altro capitolo si apre al nostro sotterraneo percorso nell'universo zingaro, che ci caratterizza fra l'altro per la nostra scelta di far salire sulla scena i Rom stessi. Questa volta sono due splendidi artisti: il danzatore Arben Mustafà detto “Billy”e l'attrice Dijana Pavlovic.
Questa è la storia di Billy - interpretata dallo stesso protagonista - un ragazzo Rom che da bambino ballava la musica popolare davanti al container del campo nomadi dove viveva, fino ad arrivare a danzare la raffinata musica classica sui palcoscenici di grandi teatri.
Il giorno della Prima a due ore dal suo debutto ne Lo Schiaccianoci di Tchaikovsky, la sorella Dijana giunge imprevedibilmente a trovarlo, e gli racconta dei suoi sogni di divenire attrice e cantante, in un incontro-scontro segnato dall'incrociarsi di odio e amore, dall'esplodere di rivendicazioni sottaciute, gridate, infrante, improvvisamente seguite da teneri afflati d'amore.
Sul palcoscenico ci sono i costumi de Lo Schiaccianoci, e Dijana li indosserà ed utilizzerà per rievocare la loro storia, che scopriremo – senza che Dijana ne sia cosciente - essere analoga a quella scritta da Erst Hoffmann, dalla quale è tratto il balletto.
C'è una festa al campo per “comprare” la sposa - Dijana - che vive il tutto come un'incubo estraneo. Il padrino dello sposo porta in dono musicisti e danzatori zingari; e c'è un regalo speciale per la promessa sposa: uno strano ballerino – Billy - che esegue balli fuori della tradizione. Il promesso sposo per invidia fa violenza al ballerino, che viene poi curato nascostamente dalla promessa sposa. Qui comincia una scena tra realtà e sogno: dei topi-gagé invadono il campo per distruggerlo con un'azione punitiva, ma il ballerino aiutato dalla promessa sposa riesce a sconfiggere il Re dei topi ed a scacciarli. Il ballerino viene portato in trionfo e nel momento in cui gli chiedono cosa vuole per ricompensa, si rivela essere il fratello perduto della promessa sposa, e ne chiede ed ottiene la libertà da quel matrimonio che lei non aveva scelto.
In questo ritrovarsi e perdersi tra fratello e sorella emergono i temi della perenne diversità di essere Rom - zingari nello spirito e nella quotidianità -, dell'arcaica tensione del legame di sangue, della separatezza di aspettative e doveri fra uomo e donna nei codici della propria comunità, del possibile e conflittuale sogno di realizzarsi in una sempre nuova, e spesso più cinica, società. Ma appare anche quell'antica risorsa dell'Arte che fin dal suo sorgere in una regione dell'India, ha rappresentato per il popolo Rom una delle vie di salvezza e di comunicazione col mondo.
Billy dopo aver frequentato i Corsi di Formazione Professionale presso la Dance Performance School di Firenze, Dipartimento Italiano dell’Università di New York e Buffalo, arriva ad intepretare spettacoli nei più importanti teatri di Firenze: al Teatro Verdi, al Saschall, al ridotto del Teatro Comunale, al Teatro Puccini, al Teatro Everest. Ha vinto il Campionato Italiano di Hip Hop al Palazzetto dello Sport di Bologna, ha danzato nel balletto che ha ricevuto il premio per la miglior coreografia allo “Start Up Contest” organizzato da MTV a Milano, ha danzato per diversi musical. Ha preso parte allo spettacolo “Dreams” organizzato alla Nuova Fiera di Roma da OroCapitalEvent, e sta per partecipare allo spettacolo televisivo in onda su RAI 2 “Mezzogiorno in Famiglia” presentato da Tiberio Timperi e Adriana Volpe Dijana Pavlovic Dijana Pavlovic è romnì nata e cresciuta in Serbia fino all'età di 23 anni. Dopo essersi diplomata all'Accademia di Arte Drammatica di Belgrado, nel 1999 si è trasferita a Milano per proseguire la sua carriera di attrice, che l'ha portata ad ottenere importanti riconoscimenti come la "Segnalazione di merito" al "Premio Teatrale Hystrio", e il Premio Franco Enriquez. Ha recitato con prestigiosi registi e compagnie teatrali, come il Teatro dell'Elfo, con F. Bruni e E. De Capitani, il Teatro Out Off, con L. Loris, il Teatro Parenti, con R. Trifirò, e in "Una ragazza d'oro" per la regia di Tatiana Olear, il "Sogno di una notte di mezz'estate", con Renato Sarti. È stata protagonista nella fiction RAI “La Squadra”. Ha tradotto testi letterari di autori Rom della zona Jugoslava e ha promosso la letteratura e la cultura rom con gli spettacoli "Sentiero color cenere", "Porrajmos", "Rom Cabaret", e "Due voci stesso sterminio". È impegnata attivamente nella difesa dei diritti del popolo rom e svolge l'attività di mediatrice culturale nelle scuole elementari con bambini rom.
Billy nasce e cresce in un container di un campo nomadi alla periferia di Firenze, tra il caldo soffocante senza ripari dell’estate ed il freddo terribile senza rimedi dell’inverno. Quando i bambini escono dal campo gli occhi degli altri li fanno sentire diversi, li fanno sentire di un’altra specie, come una razza che esce in esplorazione in un mondo pericoloso e sconosciuto. Solo nel campo si sentono fra simili: e lì i bambini corrono sempre, giocano, si divertono, con giochi regalati, trovati o inventati. E danzano: questo è il più bello dei giochi, quello che possono giocare insieme anziani, giovani e bambini, e dove i primi insegnano agli altri tutti i segreti di quel ritmo, di quei movimenti, di quei passi. Billy è il più bravo dei bambini, e non solo con la musica Rom, ma anche con quella che arriva dal mondo di fuori, quella più vicina alle strade, alle storie difficili, all’emarginazione: il Rap. Billy trasporta lo spirito della danza Rom in quelle musiche dell’altro mondo, intreccia il senso delle due sonorità, e dalla contaminazione dei gesti inventa un suo stile per danzare le une e ballare le altre. Come spesso accade, è dalla fusione di sapienze diverse che nasce un nuovo spirito e prorompono nuove forme. E così Billy lascia stupiti i suoi, la sua comunità, ma anche gli altri, quelli del mondo fuori. E qualcuno lì fuori - una coreografa che insegna danza - vede questo bambino Rom, ormai un po’ cresciuto, ballare in una strada, e lo invita ad andare nella propria scuola, dove potrà seguire i codici di ogni tipo di ballo e danza, fino a quella più elaborata e raffinata: la classica. Billy diventa il primo ballerino della compagnia della scuola, è coronerà questa magica ma reale storia, andando a danzare sul palcoscenico di un bellissimo teatro le musiche di un'opera classica, reinventandola con un nuovo stile che trae linfa vitale dalla tradizione antica del suo popolo Rom. L'avvento imprevedibile e tempestoso di sua sorella Dijana ad un'ora dall'apertura del sipario, con tutto il suo carico umano e passionale di donna zingara ricolma di sogni antichi e moderni, getterà lo scompiglio nelle anime dei due protagonisti, fino a sfociare in un colpo di scena emozionante, poetico ed illuminante. Il mondo dell’Arte non è mai stato razzista, anche perché il talento suscita quelle emozioni che uniscono così intensamente gli esseri umani, da far scordare ogni altra differenza; ed anzi al contrario, ne valorizzano - anche inconsapevolemente - la qualità. L’interagire delle culture, lo scambio fra di esse, l’integrazione, possono fallire se non abbiano nulla di spirituale da offrire; ed invece possono nascere e realizzarsi quando possiamo donarci reciprocamente qualcosa di prezioso: qualcosa che per ognuno rappresenta lo spirito della vita, e che nell’incontro delle differenze trova la sua sublimazione più alta.
Nasce il 1 agosto 1986 a Pristina, Kossovo, Jugoslavia
I suoi genitori sono venuti in Italia e poi si sono separati. Hanno lasciato lui, di tre mesi e due sorelle (la maggiore poi è morta) con i nonni.
Non aveva nessun altro parente a Pristina.
I nonni a Pristina non lavoravano, prendevano la pensione dello Stato, e altri soldi arrivavano dai parenti in Italia.
È molto affezionato alla casa di Pristina della sua infanzia, una casa a tre piani, dove ognuno aveva una stanza.
È cresciuto con la nonna. Non ha mai visto la madre, e il padre lo conosce dal 2006.
Ha frequentato le elementari per sei anni a Pristina, ma poi il clima cambia. Gli albanesi cominciano a girare con coltelli e mazze da baseball.
Diventa difficile uscire di casa, e così aspettavano l’occasione per partire per l’Italia.
Decidono di fuggire in Italia nel 1996 per sfuggire ai sentori della guerra, scoppiata poi nel 1999.
Il gruppo di clandestini paganti 5000 euro a testa attraversa le montagne Jugoslave, in due mesi di viaggio.
Erano un gruppo di molte persone, facevano tappe con alcune fermate per non destare sospetti, mangiando pochissimo.
Il viaggio è stato fatto tutto a piedi, attraversando montagne e boschi, fino a dove si sono imbarcati, e con un motoscafo sono arrivati a Bari.
Non avevano il permesso per entrare regolarmente, avevano solo il passaporto.
Quando tocca la riva, bacia la terra di Bari: “Italia finalmente!”
Poi viene subito a Firenze dove c’erano i parenti, e si ritrova subito al campo dell’Olmatello, rimanendone scioccato.
Sono 4 persone in una roulotte di cinque metri, chiuse da un campo recintato.
Il padre con la sua nuova moglie vivevano in una casa a Firenze, ma la matrigna non ha voluto che lui andasse a vivere con loro.
Lui quindi vive al campo con sorella e nonni.
La sorella si è sposata, vive in Belgio ed ha 5 figli, una casa e un lavoro.
La sua nonna viene operata agli occhi, il suo nonno ha problemi di cuore.
Non sente la mancanza dei genitori… in fondo non li ha mai conosciuti.
Lavorare è difficile per il problema dei documenti.
Ha avuto il primo permesso di soggiorno per “cure mediche” (art. 31), col timbro “divieto assoluto di lavoro”. Ma non era malato…
Ha chiesto come fare per innovarlo, ma gli hanno risposto “trovati un lavoro”… ma con quel timbro, poteva trovare solo lavori a nero…
Billy ha fatto il parrucchiere, ma a nero.
Arrivato in Italia ha fatto le scuole, dalla quinta elementare fino alla prima superiore. Poi ha smesso per ballare…
Comincia a ballare a Pristina, quando aveva 5 anni, anzi fin da piccolissimo guardava il ragazzo di sua sorella Ersan, che era un ballerino.
Andava spesso a vedere gli spettacoli di Ersan, che era molto bravo.
E gli piaceva la sensazione di una platea di persone che guardavano e approvavo il ballerino.
Il ballerino, capace coi suoi movimenti di trasmettere delle emozioni alla quali il pubblico rispondeva con scrosci di applausi.
Così ha iniziato a pensare di voler ballare…
Prima comincia alla scuola di Ersan, aveva 5 anni.
I primi passi venivano insegnati senza musica, perché la musica doveva venire dal ritmo dei piedi che si muovevano.
A casa guardava videocassette di cantanti, come Michael Jackson, MTV, e cercava di imitarli.
Stava sempre in casa a ballare.
All’inizio ballava rap, break dance, hip hop, musiche degli anni ’60.
Poi portavano fuori lo stereo e ballavano anche ai giardini. A scuola ballavano a ricreazione e facevano spettacoli nelle altre scuole.
Appena c’era un momento libero ballavano.
Quando compì 10 anni aveva già il gruppo. Ma poi è venuto in Italia.
Al campo ballava. Non conosceva nessuno, così anche per timore degli altri, stava spesso in roulotte a ballare.
Al campo ha visto ballare lo Zio Sedat, altro ballerino “perfetto”…
Allora è andato a chiedere a zio Sedat se voleva fare un gruppo.
Dopo due mesi al campo cominciano le lezioni di ballo, all’interno dello spazio dei maschi, dentro la moschea del campo.
Sono nati i Gipsy Boys, che prende il nome dal gruppo Jugoslavo che si era sciolto.
Innanzitutto si esibivano per le feste al campo, come a San Giorgio, fuoco, stereo e cartoni e facevano gli spettacoli di Break.
Si divertiva anche con le musiche Rom, che sentiva ai matrimoni… ma l’hip hop era una magia….
Poi dal campo hanno cominciato ad andare a fare spettacoli in alcune scuole e da lì hanno cominciato a chiamarli anche da altre parti.
Sono andati anche a ballare per fare beneficenza al Mozambico, con la comunità di Sant’Egidio.
Raccoglievano giocattoli e soldi per i bambini del Mozambico. Loro ballando facevano da attrattori e promotori.
Ad uno di questi spettacoli fu visto da dei maestri di danza, Donatella, Gabriele, Enzo, che gli chiedono se vuole andare alla loro scuola di ballo.
Con la scuola ha iniziato a fare danze moderne e tanti spettacoli.
Lui, ballerino di Hip Hop, abituato agli abiti larghi, guardava con derisione e ironia i ballerini che facevano danza classica in calzamaglia…
saranno gay…
Dopo ha capito che il vestito c’entra poco.
E ha cominciato ad apprezzare la “lentezza” di quei movimenti.
Così ha cominciato a provare, in calzamaglia: danza classica “primo livello”.
Guardava gli altri e cercava di imitarli. Così ha scoperto che il classico era molto bello. L’ha studiato per 4 anni.
Pensa che per essere ballerini perfetti bisogna essere in grado di fare quasi tutto.
Ringrazia molto la scuola, che gli ha insegnato a ballare e gli ha aperto tante possibilità.
Altrimenti sarebbe rimasto a far i balli da strada, come l’hip hop, senza conoscere mai il classico: prima pensava che è “per tutti i perfettini”…
Grazie alla scuola è andato anche in TV.
Pensa che il ballo classico è completamente diverso dall’hip Hop: deve essere “dolce”… soprattutto nel passo a due, balli in coppia…
quindi bisogna essere capaci di trasmettere da dentro questa dolcezza.
Dice che così può trasmettere la “persona buona” che è dentro di lui…
Quando balla il classico si “sente bene”, “alleggerito”…
La break trasmette energia e irruenza, il classico trasmette delicatezza, pazienza e dolcezza.
Per i Rom la danza è limitata ai propri balli… non è usuale tra i Rom il piacere del ballo moderno.
Lui la musica tradizionale Rom la sente solo per le feste, mai da sola, non come altri fanno al campo.
A scuola ha avuto in principio dei problemi di integrazione con gli altri ragazzi… si sentiva additato come “zingaro”…
tutti avevano paura che rubasse dalle borse e tutti si portavano sempre le borse dietro, guardandolo sospettosi.
Per un anno non ha fatto amicizie.
Poi le cose sono cambiate anche lì…ma ci son voluti due-tre anni per far capire che tipo di persona realmente fosse.
Per la danza classica ha ballato “Lo schiaccianoci”. È molto difficile.
Lui era il protagonista e aveva come oggetto di scena uno schiaccianoci enorme di cartone.
Lo ha ballato al Saschall, una grande teatro, ed ha avuto molti complimenti.
Ha ballato anche al Teatro Verdi. Billy dice che “il pubblico lo devi tenere alto”.
Sei tu solo sul palco che devi trasmettere loro e “fare cose impossibili”.
Devi ballare con forza per far vedere che te sei a ballare lì per loro. Il pubblico si è alzato per applaudirlo e lui si è messo a piangere.
Bisogna ballare per gli altri, ma anche per divertirsi… lui si diverte sul palco…
sul palco non si può ballare “col muso... devi avere il sorriso stampato in bocca e trasmetterlo al pubblico che ti diverti”.
Il nome “Billy” nasce in Italia, dal film di Billy Elliot, anche lui era un ragazzo che voleva ballare il classico
di Daniela Bonfiglio
…Sette paia di scarpe ho consumate
Di tutto ferro per te ritrovare:
Sette verghe di ferro ho logorate
Per appoggiarmi nel fatale andare:
Sette fiasche di lacrime ho colmate,
Sette lunghi anni, di lacrime amare:
Tu dormi a le mie grida disperate,
E il gallo canta, e non ti vuoi svegliare…
G. Carducci – da Davanti a San Guido
Le Danze di Billy e Dijana non è una semplice pièce teatrale…è molto, molto di più…è una suite musicale nell’intensità espressiva, insieme violenta e struggente, nella sorprendente ricchezza di dinamiche, nelle magiche sonorità del linguaggio.
7 le sequenze tra sogno e realtà della storia di Billy e Dijana, 7 come i movimenti della suite che Tchaikovsky elaborò dal suo Schiaccianoci, 7 come le teste del re dei topi incoronate da 7 corone, 7 come le città che i bambini di Hamelin forse fondarono in Transilvania uscendo dal lato posteriore della caverna in cui tutti credevano fossero scomparsi per sempre: 7, nella simbologia il numero della perfezione del Creato.
La Danze di Billy e Dijana contiene l’incessante moto della vita, dell’anima, del desiderio di accogliere il legame, di perfezionare il sogno del legame, la cui purezza e innocenza sono minacciate dall’incubo dell’intrusione di una realtà perturbante fatta di pregiudizi, convenzioni, leggi morali, condizionamenti che, come topi, cercano di rosicchiare, consumare, distruggere l’impulso, lo slancio verso la vera libertà, che è la libertà di compiere il desiderio, il sogno.
La dimensione zingara, il campo nomadi, le usanze rom altro non sono che metafore di tutti noi, incastrati in una rete di fitte maglie durissime da recidere e che non ci permettono di sfuggire alle costrizioni, all’imposizione dei ruoli e delle distanze che di fatto ci impediscono di raggiungere quell’abbraccio accogliente e appagante che finalmente ci permetterebbe di assaporare la pienezza, di suonare la nostra melodia, di cantare la nostra canzone.
Troppi topi intorno, pochi i pifferai magici, rarissimi i principi Schiaccianoci che hanno il coraggio di sacrificarsi pur di sconfiggere l’indifferenza e la mediocrità di chi passivamente accetta le apparenze, chi instilla la diffidenza verso la diversità e nasconde la propria inadeguatezza vendendosi a un potere grigio e ottuso.
Le Danze di Billy e Dijana è la rappresentazione del viaggio, della lotta interiore di chi cerca ancora un varco verso la luce, verso le stelle per comporre la sua armonia e non teme di affrontare la paura, l’angoscia, l’oscurità.
È l’affanno di un’anima che chiede sottovoce, eppure con ineguagliabile potenza emotiva, disperatamente, le ali per volare non importa dove, ed entra, esce, si confonde, si perde tra sogno, incubo e realtà; come un’onda è impetuosa, strattonata, placata e poi ancora risucchiata da un’altra cattiveria, un altro abisso che la ferirà ancora e ancora. Ma la pulsione della fantasia, dell’immaginario, della libertà riafferma la sua forza e riuscirà, dopo molte prove e molta fatica, lacrime, sangue e fango, a oltrepassare il sipario del palcoscenico della vita e annunciare il suo “sì”, l’assoluto e infinito “sì” nietzscheano, alla vita, al mondo, all’amore