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Chisciotte _ La mobilità del lavoratore




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La società dei Bulli _L'Educazione dei giovani

Resistenza _ fraternitè

Potente _ La Gioventù Preziosa
Da Parte a Parte _ L'Etica Resistente
Firenze 17 luglio '44 _ Film documentario

Chisciotte


Aristide è il barista del bar sotto casa, quello dove Guglielmo fa colazione tutte le mattine. Per quanto sia fastidioso, non ne sceglie un altro perché non riuscirebbe a raggiungere un bar più lontano senza prima aver fatto colazione. Poi Guglielmo teme molto il dover affrontare la tensione e il rischio di nuove conoscenze, nuovi ambienti, che potrebbero essere ancora più fastidiosi. Aristide è convinto che chiunque sia di fronte al pubblico, deve saperlo intrattenere con una brillante parlantina. È altresì sicuro di aver sviluppato con gli anni una sapienza popolare alla quale i clienti non sanno resistere, e grazie alla quale scelgono il suo bar. In realtà il suo spirito di servizio al pubblico è altrettanto dannoso quanto quello di certi servitori dello stato, che finito il proprio mandato hanno ottenuto lo svuotamento delle tasche dei cittadini e quadruplicato il proprio conto in banca. Aristide è il Filosofo dei Luoghi Comuni: è capace di metterne in fila dieci di seguito (come se fossero straordinarie novità) e contraddirli incoscientemente con altri dieci. Ma comunque, per lui, il Cliente ha sempre ragione.


Soldato spaccone, Miles gloriosus, Soldato fanfarone, Capitano Spavento: dalla Grecia antica al 1700, molti celebri nomi ha ricevuto dal teatro questo irriducibile personaggio. Matamoros è colui che dichiara molto più di quello che è in realtà, non si sa se coscientemente o incoscientemente, per ignoranza o strategia, per ingenuità o furbizia. Queste coppie di opposizioni sono divenute oggetto di dibattito per definire alcuni famosi politici di oggi. Matamoros, che sorge dalla fervida immaginazione di Guglielmo e dalla polvere dei palcoscenici, arriva in scena come sempre: perfettamente adeguato ai tempi, pronto a rappresentare la punta più avanzata del Sistema di Potere, al quale lui aggiunge le sue fantastiche iperboli, e che solo Lui è in grado di incarnare. Quando dall’Esercito scaturiva il maggior titolo di onorabilità pubblica, Egli ne era il più splendido Capitano; quando il Capitalismo è il trampolino per il più alto status sociale, Egli è il più grande Imprenditore. Come da tradizione, egli parla in un misto di contaminazioni linguistiche, e arranca impavidamente tra lingue che ritiene prestigiose e altre che gli sfuggono dalle sue reali e plebee origini. Tutte le lingue spara (con le sue balle): ma nessuna ne sa correttamente pronunciare.


L’ufficio è il suo regno, il capo-ufficio il suo Re. La perfetta segretaria regola i rapporti fra il monarca e il resto del mondo, sindacalizza le relazioni fra l’Indipendente e il resto dei dipendenti, assorbe le nevrotiche schizofrenie fra il Signore e il resto di se stesso. Svolge per il suo Capo ognuna delle funzioni che la natura le ha donato pur di non esistere e donarsi solo a Lui: materna quando diviene infantile, matrimoniale quando ha bisogno di sicurezza, amante quando si sente maschio. Lei non sente nulla, recepisce, e obbedisce: Lui ne ha bisogno. Ma la prima volta che qualcuno degli infiniti e anonimi portatori di curriculum – il nostro Guglielmo – le chiede “Lei come sta?”, si sveste dei suoi panni, e mostra tutto ciò che è stato sempre innominabile e nascosto dentro la sua interiorità. Comincia a descriversi usando le esatte parole della mistica seicentesca Teresa d’Avila, che legge quasi per infusione, e si rivela, come in visione, il reale, drammatico, tragico rapporto che la lega al suo Dio: il Capoufficio. In un’ agghiacciante cortocircuito linguistico, quello che valeva per la mistica Teresa in riferimento a Dio, funziona esattamente per illuminare il suo impulso per il Capufficio. Le splendide frasi di Teresa d’Avila che escono dalla bocca della Segretaria comunicano il livello di mostruosa distorsione al quale ci ha portato l’attuale religione del Lavoro.


Falce è un semplice lavoratore della terra, che si lascia accogliere dai ritmi della Natura, e li accompagna, com’è stato dalle origini dell’agricoltura fino a pochi decenni fa. Piccì è il complesso lavoratore attuale, aderente al flusso temporale dell’informatica, al quale tenta di sincronizzare il suo corpo e calibrare i suoi pensieri. Ma Falce e Piccì acquistano senso l’uno con l’altro, e per questo appaiono insieme. Ognuno da solo non ci avrebbero detto molto, poiché rappresentano due dimensioni del Tempo che abbiamo già presenti intuitivamente in modo separato. Ma è la compresenza che li fa scintillare, che fa sentire lo stridore dei due tempi in conflitto nei quali contemporaneamente viviamo. Il loro dialogo surreale mostra il Tempo di Lavoro sotto la luce del grottesco.


Dulcinea è tutto ciò che viene “fuori del Lavoro”: è l’assenza d’opera e la porta del sogno. Quando tutti dicono a Chisciotte come fare per trovare lavoro, lei gli dice di non trovarlo, e se ci fosse, di perderlo. Perderlo per perdersi nella profusione del teatro: la meravigliosa illusione, dove il reale non è tradito, ma schiarito e sublimato. Dulcinea riconduce Chisciotte alla necessità dei suoi sogni, e insieme li riconoscono più precari del lavoro, e forse a causa di questo mondo del Lavoro, morti per sempre. Ricordo di tempi in cui l’arte e la cultura giocavano un ruolo essenziale alla specie umana, ed in fondo, adesso, rimane la tristezza. Dulcinea è triste e seduta come la Melancolia di Durher, triste come lo “spleen” di Baudelaire. Triste e poetico pianto di un teatro che non c’è più, e che però non vuol accettare l’artificioso sorriso della modernità, non vuol rinunciare ad opporgli il diritto alla tristezza, e preferisce spegnersi insieme alle luci della ribalta, non come un sogno al risveglio, ma lentamente, come un ricordo nella memoria.


Tenta di vivere, ma è vissuto dai Personaggi.